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domenica 25 Settembre 2022
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    Bombardieri (Uil). Dall’unità sindacale da ricostruire dopo lo sciopero al futuro dell‘ex Ilva

    Lo sciopero generale di giovedì scorso di Cgil e Uil ha raccontato due cose: che l’unità sindacale non è un dogma e che nel Paese c’è tanto malcontento che cova sotto la cenere. Tra i protagonisti di questi giorni c’è Pierluigi Bombardieri, segretario generale della Uil. La sua scelta di spingersi fino allo sciopero nonostante la pandemia ha aperto nuovi scenari nelle dinamiche sindacali italiane. Una decisione che ha messo in minoranza la Cisl.

    Segretario, addio unità?
    «No, non è la fine del sodalizio. Non ci sarà un bipolarismo sindacale ma neanche un mercato unico».
    Come farete?
    «Già domani saremo tutti i insieme al tavolo con il governo. La piattaforma che abbiamo proposto è unitaria. Non bisogna dimenticarlo».
    Alla prova della piazza, però, avete fatto scelte differenti…
    «È vero ma sui contenuti siamo d’accordo».
    Siete soddisfatti dell’adesione allo sciopero? Secondo Confindustria è stata solo del 5%.
    «È stato un successo e un risultato l’abbiamo ottenuto: riportare la politica su una narrazione corretta della realtà. Era necessario dare sfogo al malcontento che c’è nel Paese anche se non lo si vuole vedere».
    Un punto su cui come Cgil, Cisl e Uil sembrate essere d’accordo sono le pensioni. È in arrivo una nuova riforma strutturale?
    «Noi abbiamo avanzato una proposta molto chiara che va incontro alle donne e a chi fa un lavoro usurante. Ora spetta al governo spiegarci cosa vuole fare».
    Sull’Irpef l’ha fatto e non vi è piaciuto…
    «Anche su questo la nostra posizione è unitaria e siamo d’accordo anche con Confinudistria. Noi chiediamo la riduzione del cuneo fiscale».
    Lascereste le cinque aliquote anziché ridurle a quattro?
    «Semplicemente siamo contrari ad abbassare le tasse a chi guadagna 50 o 60 mila euro. Il 60% dei lavoratori ha un reddito inferiore a 25 mila euro all’anno. Non serve a nessuno innescare una guerra tra ricchi e poveri».
    Con il taglio del cuneo fiscale questo rischio non si correrebbe?
    «Lascerebbe maggiori risorse nelle tasche dei lavoratori e degli imprenditori. Si alimenterebbero anche i consumi».
    Però se si considerano le detrazioni i benefici del taglio dell’Irpef arriverebbero anche a chi guadagna meno.
    «Bisognerebbe sapere come intendono rimodularle. Il problema è che non c’è un approccio stutturale nella proposta del governo».
    Secondo lei è un provvedimento spot anche quello in favore della lotta alla povertà?
    «Sì perché l’1,5 miliardi previsti sono stanziati per un anno ma poi cosa succede? Noi chiediamo il contrario: provvedimenti che incidano a lungo termine nella vita delle famiglie. Invece vengono messe sul tavolo tabelle farlocche».
    In che senso?
    «Quando il Governo ci ha mostrato gli interventi in favore delle fasce più deboli ha sommato tutti gli stanziamenti previsti, compresi quelli che ci sono sempre stati».
    Ad esempio?
    «L’assegno unico. C’era già prima per i lavoratori dipendenti, sotto forma di detrazione. Loro lo inseriscono tra i nuovi benefici».
    Un altro tema che sembra dividervi dal Governo è quello dell’ex Ilva di Taranto. Martedì avete incontrato al Mise “Acciaierie d’Italia”. Cosa non vi convince del progetto di rilancio?
    «Non si può annunciare l’obiettivo della decarbonizzazione tra dieci anni senza mostrare un cronoprogramma. Aspettiamo che ci spieghino in che modo vogliono realizzare questo cambiamento strutturale».
    Il mercato mondiale dell’acciaio, intanto, è in grande ripresa. C’è il rischio che l’Italia perda il treno?
    «Assolutamente sì. Noi da anni chiediamo una seria discussione sulle idee di sviluppo industriale. Aspettiamo di conoscere il piano industriale di “Acciaierie d’Italia”, poi si dovrà aprire il confronto con gli enti locali e valutare l’impatto ambientale. Ci vorrà tempo. Anche per questo attendiamo che ci spieghino cosa accadrà in questi dieci anni, al di là dell’obiettivo finale».
    Il Governo sembra pronto a farsi carico di importanti investimenti per rilanciare lo stabilimento di Taranto. Allargando il discorso al Sud verranno spesi il 40% delle risorse del Pnrr. Saranno sufficienti?
    «Non credo. Noi avevamo chiesto che venisse destinato molto di più perché c’è un passato da recuperare. Il Sud è stato spolpato. Non vedo, poi, un serio confronto tra le singole Regioni su cosa si voglia fare».
    In che senso?
    «Al di la delle risorse non c’è un dibattito su quale indirizzo dare allo sviluppo della Puglia, della Basilicata, della Campania, della Calabria e della Sicilia. Ogni progetto, poi, dovrebbe essere collegato ai risultati in termini occupazionali. Di dichiarazioni ne stiamo sentendo tante ma devono seguire i fatti».

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