Manchette
sabato 28 Maggio 2022
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    «Il vero successo è nel giudizio clinico»

    In un’altra vita – nel senso di tanti anni fa- ho conosciuto Alfredo Marchese. Sicuramente più giovane ma già da allora il suo nome era collegato alla cardiologia e allo studio del cuore. Si può dire di lui che la determinazione è la sua forza, insieme alla grande attenzione che ha verso i pazienti e la sua famiglia. Un medico che tutti vorremmo incontrare, un’eccellenza barese invidiata dal mondo della medicina. Posso permettermi di soprannominarlo dottor House perché il carattere può farlo apparire schivo e distaccato ma è solo perché è estremamente professionale, in ogni caso è una persona piacevole con una cultura come pochi.

    Quando è nata la sua passione per la cardiologia?
    «Era il 1976. Avevo 12 anni ed ero stato messo in punizione, una delle tante volte, da mia madre. Erano le 14.30 del primo pomeriggio ed in tv trasmisero l’intervista al prof.Marcelletti subito dopo un suo intervento sul cuore ad una neonata. Fui talmente preso da quella combinazione di professionista affascinante ed il cuore che mostrò battere con le prime immagini ecocardiografiche che mi dissi:” io sarò quello”»!
    Nel suo curriculum tanti traguardi. Qual è quello che l’ha emozionata maggiormente?
    «Alla fine dei mie tre anni di fellowship trascorsi in Francia a Lille presso l’Istituto di Cardiologia interventistica diretto da Michael Bertrandt, lo stesso mi chiese di non tornare in Italia. Mi stava offrendo un futuro come ricercatore nel suo istituto a soli 30 anni. Avevo da completare il mio dottorato in Italia e…..rinunciai. Fu però un episodio che accese un motore dentro di me. Più forte di molti altri. Capii che potevo farcela».
    Ora è Presidente della Fondazione Gise Onlus, cosa significa questo per lei?
    «Il riconoscimento, a livello nazionale, dell’impegno profuso e della serietà con cui ho assolto ai miei impegni ed incarichi precedenti all’interno della mia Società Scientifica che è il GISE. Non credo siano importanti i risultati ottenuti. Quelli possono arrivare o meno. Ciò che conta è la stima che gli altri ripongono in te quando ti vedono al lavoro. È tutta un questione di passione di credere in quello che stai facendo».
    So che ci sono dei valori nei quali crede e che porta nella sua attività professionale: quali sono?
    «Coniugare sempre l’appagamento del proprio “Io” attraverso il tuo lavoro con il porsi sempre la domanda: questo malato ha dei figli, una moglie, amici che tribolano per lui. Fermati sempre un attimo prima di iniziare e chiediti. Sto facendo qualcosa per lui o per me»?
    Crede che la tecnologia sia un supporto per la medicina? E lei come la usa?
    «La tecnologia è solo uno strumento. Ciò che mantiene tutt’oggi il valore assoluto è la valutazione clinica. Non c’è strumento che possa sostituire una diagnosi clinica. Subito dopo aver stabilito questo, l’uso combinato di tecnologia ed intuito clinico vanno di pari passo. Certamente oggi gli strumenti ti permettono di fare cose nel modo meno invasivo e meno debilitante per il malato ma, la tecnologia vince solo se prima la clinica ha guidato nella scelta migliore».
    Il suo ultimo intervento è stato un sogno realizzato. Hai reinventato la tecnica per l’intervento salvavita al cuore. Cos’ha significato per lei e per il futuro della cardiologia?
    «L’uso combinato di tecnologie multiple ha permesso di trattare pazienti che qualche anno fa sarebbero certamente andati incontro ad una penosa rinuncia alle cure perché gravati da una mortalità intra-operatoria elevatissima o proibitiva. Anche qui la tecnologia aiuta ma il vero successo sta sempre nel giudizio clinico che discerne un trattamento utile da uno futile».
    Domanda banale ad un professionista in piena crescita ma le chiedo: come e dove si vede tra 10 anni?
    «In clinica, assieme a qualche medico più giovane. Magari a uno di loro chiederò: “non andare via. Resta a lavorare con me”».
    Medico, cardiologo h24 o riesce a conciliare i suoi spazi con la famiglia?
    «Un giorno mio padre ci disse: “Sono vicino a Voi stando lontano”. Purtroppo ho capito solo dopo il senso di quelle parole. In ogni caso, non è la quantità di ore che passi ma la qualità delle stesse. È anche lì una questione di passione. Se credi nella tua scelta di padre sarai un buon padre per loro. Cogliere una difficoltà od un momento particolare di un tuo caro è come avere fiuto clinico. Quel sottile avvertire “c’è qualcosa che non va o che sta accadendo”. E’ una questione di clinica degli affetti».
    Orgoglio Barese ma cittadino del mondo, crede che il Sud si possa risollevare dall’essere considerato l’ultima ruota del carro?
    «Un carro non ha una ruota più importante delle altre. Cade su un lato se una qualsiasi cede. Rigetto la definizione di Sud come ultima ruota. Se ti senti “un ultimo” è perché lo sei! Da altre parti forse c’è più “tecnologia e mezzi” ma, fortunatamente, la medicina si fonda sul senso clinico e, quello, è nel nostro cervello. Io ho lo stesso cervello di un mio collega del Nord.

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