Manchette
sabato 28 Maggio 2022
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    Quei colori che fanno la felicità delle donne

    Con Damiana Spoto, stilista – artista – filosofa, partiamo dalla fine. Dalle sue creazioni, dalle sue pashmine, dalle sue borse, dai suoi colori. «Partiamo dalla fine, ma in principio c’è il dono. È imprescindibile. Io mi dono attraverso i colori con l’intento di trasmettere emozioni. Quando costruisco la stampa e metto insieme diverse cromie, comincio una lotta contro i pesi dei colori, che entrano in relazione tra loro ed emettono varie vibrazioni. E riga dopo riga, prova dopo prova, scarti di idee dopo scarti, arrivo al risultato. E il cliente che entra nel mio concept e compra una mia creazione, non acquista una griffe, ma un’emozione».

    Emozioni che rispettano anche la natura con la riscoperta di materiali non convenzionali come le proteine del latte o la pelle di fico. Com’è nata l’idea?
    «Durante il lockdown, ho fatto un po’ di “necessità virtù” per ovviare ai ritardi nel recupero dei materiali. Ho realizzato delle stole in fibra di latte ricordando una storia degli Anni Trenta, quella delle fibre autarchiche, la cui realizzazione fu voluta da Mussolini. Un ingegnere di Brescia riuscì a creare un filato con la caseina del latte che sostituiva la lana di pecora e dava lo stesso tepore. Noi italiani siamo un popolo grande. E in un momento di grande difficoltà come quello della pandemia, ho pensato che fosse utile riprendere quella tradizione, estendendola ad altri materiali, per esempio la pelle di fico o la pelle di mela. E tra un po’ partirà anche la seconda produzione con le nuove stole».
    Sempre rispettando il principio della fine, diciamo che lei, siciliana di nascita, risiede in Basilicata e si divide tra Potenza e Matera. La città dei Sassi fa capolino anche nelle sue borse, dove ritroviamo le icone delle chiese rupestri…
    «Matera la sto ancora studiando, la sto osservando. Vorrei realizzare stampe per sete. Mi affascina la stratificazione geometrica di questa città, non solo i suoi colori polverosi. È stata costruita su tanti livelli: si scavava e con il materiale degli scavi si costruiva da un’altra parte. C’è un togliere e un dare. C’è filosofia, mistero, tenacia, magia. Una magia che nasce in armonia con il senso della resistenza di intere generazioni, che nonostante tutte le difficoltà e la grande miseria, ce l’hanno fatta grazie a un senso elevatissimo della conservazione della specie e dell’amore per se stessi. Matera è oggi la mia Musa.
    Aspettando le sciarpe con i colori polverosi di Matera, andiamo ancora a ritroso e fermiamoci al periodo che precede la Basilicata, ovvero le esperienze presso i grandi marchi, come Gucci e John Richmond. Ha vissuto esperienze da Il diavolo veste Prada, ma è andata oltre. Perché?
    «In un certo senso, è così. Sembrava di rivivere le scene del film quando si parlava di taglie e la 42 era out. È stato, indubbiamente, un periodo intenso, esaltante. Ho anche disegnato la prima linea per Richmond, ma il mio amore per la stampa e per il decoro era un richiamo costante. Così, la Basilicata è stata l’approdo per le mie di stampe, per i miei colori, frutto anche delle contaminazioni, che via via, ho assorbito nel mio peregrinare. Ho cercato di prendere il meglio. Quello che avevo mi piaceva, ma non bastava. Ho assecondato la mia natura ribelle ed eccomi qui con il mio marchio, senza rimpianti. E dietro a tutto, c’è sempre l’amore, il dono. È un lietmotiv che non mi abbandona mai».
    E prima di Gucci, c’è stata Parigi. L’ha scelta, perché, nell’immaginario di tutti, continua a essere la capitale della moda o per raccogliere un’ispirazione?
    «Per tutto. Parigi è l’arte, la moda, la cultura. Parigi e Matera sono le mie città del cuore. La capitale francese mi ha dato tanto, soprattutto quell’arricchimento e quell’elasticità mentale che ti permettono di aprirti al mondo. Nei quattro anni in cui ci ho vissuto ho respirato la vera integrazione, la vera contaminazione».
    E dopo questa operazione “à rebours”, arriviamo all’inizio. La piccola Damiana aveva le idee ben chiare fin da subito. La sua famiglia assecondava questa vena creativa o la ostacolava?
    «Hanno cercato in tutti i modi di prospettarmi soluzioni allettanti per il futuro, ma, di fronte alla mia ostinazione, si sono arresi e mi hanno permesso di iscrivermi all’accademia. D’altronde, a sei anni, per non farmi imbrattare più i muri della nostra casa alle pendici dell’Etna, mio padre mi portò da un amico per decorare la ceramica e la pietra lavica. Ero felice solo con i miei colori. E la ricerca della felicità era la mia priorità».
    E ora che dispone di tanti colori, è felice?
    Sì.

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