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giovedì 1 Dicembre 2022
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    Autonomia differenziata, Viesti: «In gioco il futuro della Repubblica»

    «C’è chi prova a fare dell’autonomia differenziata un derby tra Nord e Sud. È sbagliato: è un problema di unità nazionale». Gianfranco Viesti, professore di Economia Applicata all’Università di Bari, è tra i promotori, insieme al costituzionalista Massimo Villone, della raccolta firme per una proposta di legge costituzionale per rimarcare la centralità degli interessi nazionali su quelli regionali. «In questo quadro – si legge nella proposta in riferimento all’autonomia differenziata – vi sarebbe una ricaduta negativa prioritariamente sulle regioni del Sud e sugli abitanti non ricchi di tutt’Italia con la progressiva privatizzazione dei servizi. Il Mezzogiorno viene condannato a essere privo di pari riconoscimento della cittadinanza, con ancor maggiore desertificazione degli investimenti e sempre più debole economia. L’autonomia regionale differenziata negherebbe così la solidarietà nazionale, la coesione e i diritti uguali per tutte/i che garantiscono l’unità giuridica ed economica del paese».

    Professore, cosa la spaventa di più dell’autonomia differenziata, così a cuore alle regioni del Nord e che vedono la Lega in prima linea nel governo per attuarla?

    «Io non ho timore per il Mezzogiorno ma per l’Italia. Il paese rischia di uscirne frantumato nelle competenze e il senso stesso della Repubblica verrebbe meno, con due-tre regioni che vanno per la loro strada e le altre legate allo Stato».

    Ci sono degli ambiti che potrebbero essere demandati alle regioni, su cui si potrebbe scendere a compromessi per trovare un accordo?

    «Bisognerebbe discuterne a fondo. L’idea che una possa agire in esclusiva su una materia non mi convince. Penso invece che si dovrebbe mettere mano all’articolo 117. La riforma del 2001 ha ampiamente dimostrato di non funzionare. Su alcuni temi la centralità dello Stato non può essere messa in discussione».

    Ad esempio?

    «Sulle infrastrutture, sulla scuola, sull’energia: non può ogni regione andare per la sua strada. Per il resto la sanità è già decisa a livello territoriale. La pandemia ci ha mostrato quanto sia importante avere un sistema sanitario che sia nazionale».

    Le regioni del Sud sono apparse abbastanza compatte, finora, nel bocciare la bozza Calderoli. È d’accordo?

    «Negli ultimi anni hanno espresso posizioni e idee spesso discordanti. Oggi credo che sia un errore ridurre il problema a un derby tra Sud e Nord. Non è questo il tema e non ci conviene metterla su questo piano perché il Mezzogiorno soccomberebbe. La questione è l’unità nazionale. Bisogna crearsi il problema di come il paese debba competere invece, qualora venisse approvata l’autonomia differenziata, ci troveremmo di fronte a una Italia frantumata nelle competenze».

    Ogni tanto riemerge la proposta delle macroregioni, con un accorpamento territoriale Nord-Centro-Sud. Avrebbe dato più forza al Mezzogiorno in questa battaglia?

    «Non ho mai creduto che fosse la strada giusta da percorrere. È un progetto che non ha senso. È vero, su certi ambiti le regioni potrebbero dialogare di più tra loro. Penso alla gestione idrica o al trasporto ferroviario, ma se c’è una unità d’intenti non c’è bisogno che si sia tutti dentro un unico ente».

    Come vede l’Europa queste dinamiche “nostrane”?

    «Semplicemente non le vede. È un problema tutto nazionale».

    Nel dibattito politico c’è chi, anche al Sud, subordina l’autonomia differenziata ai Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni. Non c’è il rischio che rappresentino un cavallo di Troia, pur di portare a casa la legge?

    «Assolutamente sì. Personalmente non ho mai pensato che bastassero a risolvere il problema. È una questione di competenze su cui è arrivato il momento di essere chiari. E non è neanche solo una questione economica: nessuno pensi, ad esempio, che il problema si risolva dando qualche risorsa in più al Sud. Qui è in discussione tutto l’assetto della Repubblica».

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