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martedì 5 Marzo 2024
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Salari bassi? Un ostacolo per il Pnrr

Il concorso pubblico per l’assunzione di 4.500 dipendenti dell’Agenzia delle entrate rischia di sottrarre all’amministrazione della giustizia centinaia di cancellieri e funzionari.

La notizia emerge dalla relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte d’appello di Torino e lascia intendere che a lasciare l’impiego per tentare destini migliori non sono più solo i precari, ma anche i dipendenti pubblici a tempo indeterminato. E il motivo sono gli stipendi bassi soprattutto nei Comuni, circostanza che ha spinto 16mila persone in tutta Italia a cambiare amministrazione.

La questione è che alcune articolazioni dello Stato pagano di più e altre meno, a parità di competenze e di livello. In questo contesto, i più penalizzati sono i comunali che, secondo un dossier stilato dall’Anci, hanno gli stipendi più bassi dell’intera pubblica amministrazione. Ma il problema non consiste solo nella modesta retribuzione di certi dipendenti pubblici, ma anche nelle differenze tra la busta paga del funzionario dell’amministrazione X e quello dell’amministrazione Y: un divario che può arrivare addirittura a 400 euro al mese. Stesso discorso per Ministeri e agenzie fiscali: qui la retribuzione tabellare è la stessa, ma le differenze relative a straordinari e salari accessori sono abissali.

Qualche esempio? Nel comparto della Giustizia, l’accessorio vale 646 euro l’anno, poca roba rispetto ai quasi 17mila dell’Inps. Ancora, nelle Infrastrutture lo straordinario vale circa 300 euro, mentre nell’Agenzia delle dogane e dei monopoli supera i 2.200 euro l’anno. E poi ci sono i bonus: al Ministero dell’Interno ammontano ad appena mille euro l’anno, col risultato che il 30% delle piante organiche resta scoperto. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se tanti dipendenti dei Ministeri tentano il salto verso le agenzie. Questa tendenza, però, ha una conseguenza non da poco.

Comuni e Città metropolitane sono soggetti attuatori dei progetti inclusi nel Pnrr per un ammontare di investimenti pari a circa 40 miliardi di euro, il 91% dei quali già assegnati. Di conseguenza, l’esodo di forza lavoro da quegli enti rischia di rallentare o addirittura di paralizzare l’attuazione del Pnrr, strumento fondamentale di rilancio economico soprattutto per il Mezzogiorno. Stesso discorso vale per la Giustizia: la “fuga” di cancellieri e funzionari amministrativi rischia di aggravare le carenze di personale, ostacolando l’attuazione del Pnrr e la velocizzazione dell’attività dei tribunali.

Nel corso degli anni, è stata realizzata una perequazione sulle indennità di amministrazione dei Ministeri e quelle più basse sono state incrementate da una legge che ha disposto anche le coperture finanziarie. Non è basta, evidentemente. Così come non basta obbligare i dipendenti a restare almeno cinque anni in un’amministrazione prima del trasferimento: simili norme non operano nel caso in cui un funzionario si dimetta perché già vincitore di un altro concorso. E in tutto questo il governo Meloni che fa? Nella manovra finanziaria sono previsti tagli per ben 3,6 miliardi ai bilanci di funzionamento dei Ministeri, sforbiciata alla quale sfuggono le agenzie e che quindi potrebbe alimentare il travaso di forza lavoro da un’amministrazione dello Stato all’altra.

Come se ne esce? Ovviamente investendo risorse per il pubblico impiego, soprattutto in gangli vitali come Interni e Giustizia. E poi rafforzare le elevate professionalità nelle funzioni locali. L’esempio è quello dei cosiddetti super-funzionari, posizione organizzativa prevista nei Comuni soltanto per un tempo limitato ma strutturale nei Ministeri. Di questo potrebbe e dovrebbe discutersi al prossimo tavolo di rinnovo del contratto. A meno che non si voglia correre il rischio di privare certi settori-chiave della pubblica amministrazione di competenze e forza lavoro indispensabili per centrare gli obiettivi strategici del Pnrr.

Raffaele Tovino è dg di Anap

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