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sabato 13 Aprile 2024
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Ex Ilva: Governo sotto ricatto. E ora si pensa all’amministrazione straordinaria

Sempre più complesso il dossier legato alla gestione dell’ex Ilva, il polo siderurgico più grande d’Europa. All’indomani della rottura al tavolo tra soci, quello di maggioranza, il privato ArcelorMittal e lo Stato, in minoranza con Invitalia, il colosso francoindiano si dice favorevole allo Stato in maggioranza ma a patto di una governance condivisa e di una notevole iniezione di denaro da parte dell’Italia.

Il governo studia una contromossa e mentre il ministro del Made in Italy Adolfo Urso assicura l’impegno del governo per rilanciare l’ex Ilva nonostante la rottura con ArcelorMittal, li sottosegretario Massimo Bitonci confessa che «la situazione è estremamente delicata, perché in queste ore si parla di amministrazione straordinaria, però questo ovviamente porterà un contenzioso».

La possibilità che il socio pubblico chieda in maniera autonoma l’amministrazione straordinaria è prevista da un recente decreto del governo e porterebbe a un nuovo assetto manageriale e piano industriale. Un’operazione che però potrebbe avere pesanti riscontri sull’economia di Taranto, dove oltre alle migliaia di famiglie dei dipendenti diretti e dell’appalto, sono col fiato sospeso anche le imprese dell’indotto che hanno fatturato per mesi senza ottenere i pagamenti dal colosso siderurgico e ora rischiano un nuovo “bidone di Stato” (successe già col default di Ilva spa). I Mittal sono favorevoli al versamenti di Invitalia di 320 milioni di euro di capitale fresco e quindi passare in minoranza. Affermano di aver investito quasi due miliardi di euro mentre lo Stato italiano ha messo circa la metà della cifra sul piatto ma precisano che la governance deve restare al 50 per cento.

Il caso del siderurgico e dei suoi lavoratori, intanto, è finito sul tavolo della Conferenza Episcopale italiana. Ieri il cardinal Matteo Maria Zuppi ha incontrato una delegazione di lavoratori dell’Usb che hanno descritto un quadro del caso ex Ilva, tra forniture di energia elettrica e gas interrotte, beni pignorati, famiglie che non riescono a far fronte ai bisogni basilari, insieme a una grande emergenza sanitaria e ambientale. Anche l’arcivescovo di Taranto Ciro Miniero è intervenuto sulla delicata vicenda ex Ilva parlando a Radio Vaticana. «Siamo lasciati sempre soli, è come se il problema di Taranto appartenesse solo a Taranto», ha detto il monsignore.

«Ci aspettiamo risposte chiare, definitive e non un’alternanza di sensazioni che creano solamente disorientamento e sconcerto nel cuore dei lavoratori e delle persone delle nostre terre. Ma la questione non si risolve mettendo in conflitto città, ambiente, cittadini, perché poi gli unici a pagare sono proprio i cittadini che in qualche modo si sentono anche rassegnati dinanzi a questa situazione», ha detto Miniero, che ha definito l’ipotesi di chiusura una catastrofe. La voce dei sindacati, alla luce delle ultime notizie, ormai è una sola. «Il governo non deve perdere altro tempo, deve chiudere la partita con Mittal e rilanciare lo stabilimento», dice Pietro Pallini, coordinatore della Uil di Taranto che però implora di evirare l’amministrazione straordinaria dell’azienda che ora gestisce gli impianti. «Sarebbe il colpo di grazia, perché tempo non ce n’è più e si finirebbe col chiudere gli impianti». A Taranto, intanto, prosegue la protesta degli autotrasportatori di Casartigiani. Piccoli imprenditori che per quasi un anno hanno trasportato merci per il siderurgico senza ricevere i pagamenti delle fatture.

Questa mattina, dopo il senatore Mario Turco e il deputato Ubaldo Pagano nei giorni scorsi, farà visita al sit in il sindaco Rinaldo Melucci. «Saremo qui fino al 12 gennaio», dicono, il giorno in cui il governo incontrerà di nuovo i sindacati metalmeccanici a Roma. «Ma siamo pronti a restare con i tir parcheggiati davanti alla fabbrica finché non verranno saldate tutte le fatture scadute e poi avvieremo iniziative per tutelare i nostri diritti».

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