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venerdì 14 Giugno 2024
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Dal “dolore sportivo” un affresco di Bari e dei tifosi. Parla Giuseppe Di Caterino: «Siamo tutti più uniti e sognatori»

“La notte in cui a Bari perdemmo la finale dei mondiali”. È questo il titolo dell’instant-book (edizioni Amazon) in cui partendo dal dolore sportivo della mancata promozione in serie A si disegna uno splendido affresco sui tifosi del Bari e sulla città. A scriverlo Giuseppe Di Caterino, capo della comunicazione del Gruppo per le Autonomie in Senato, ma che in questo libro parla con la voce di accanito sostenitore dei colori biancorossi.

Un piccolo libro un grande pubblico. Come nasce questa intuizione?

«Per pura casualità. La sconfitta è stata un vero e proprio lutto sportivo, che ho pensato di elaborare mettendomi a scrivere. Alla fine quello che avevo scritto aveva la forma di un libricino. L’ho condiviso con alcuni amici e tutti mi hanno detto che era bellissimo, che aiutava ad andare avanti. L’ho quindi pubblicato su Amazon ma non mi aspettavo minimamente quello che sta succedendo in questi giorni».

Cosa intendi?

«Grazie al passaparola, il libro è schizzato al terzo posto della classifica Amazon dei libri sul calcio e al secondo tra gli e-book. Prima di Galliani, Vialli e Ibrahimovic. Evidentemente c’è un bisogno di esorcizzare. Di certo quello che è successo non si può cancellare. Ma si possono e si devono tornare le energie per ripartire».

Giuseppe Di Caterino

Leggendo il tuo libro si capisce che l’attesa per Bari-Cagliari superava la mera posta sportiva, che comunque era già altissima.

«Per i tifosi del Bari quella notte rappresentava il momento del riscatto. Nei giorni precedenti tutti abbiamo pensato agli ultimi 5-10 anni: l’onta del derby venduto, il calcioscommesse, i due fallimenti, la serie D, i tre campionati in Lega Pro. Molte altre piazze non si sarebbero più rialzate, da noi è successo un vero e proprio miracolo».

Credi che l’attaccamento per la squadra sia cresciuto?

«È la tesi centrale del libro. La sofferenza di questi anni ha forgiato l’amore per la squadra e ha visto l’entrata in scena di nuove generazioni di tifosi. Il Bari è amatissimo tra i bambini. Nella settimana che ha preceduto la partita, tantissimi per strada indossavano qualcosa di biancorosso. Un sentimento pazzesco d’appartenenza, quello di una città che attorno la squadra rinverdiva il suo spirito comunitario».

Tu dici anche che questo attaccamento alla squadra stia cambiando la città.

«Il Bari sgretola le barriere sociali, le differenze di censo. Tiene gomito a gomito il disoccupato e il barone universitario, il santo e il delinquente. Anche l’anima levantina ne viene messa a dura prova. Meno individualisti e disincantati, più uniti e sognatori. A tratti l’osmosi tra città e squadra assume la fisionomia del credo religioso. E chi più lo percepisce di più sono i tifosi che vivono lontano».

In tutta Italia c’erano locali dove i tifosi del Bari si sono riuniti per vedere la partita. A Milano, in un locale, erano più di 150.

«Il Bari è un modo per restare legati alle proprie radici e per dirsi intimamente che prima o poi si tornerà a casa. I miei amici che vivono lontano sono quelli che più hanno sofferto per la mancata promozione».

E adesso cosa succede, quale sarà il futuro del Bari?

«Io spero che la ciascuno di noi riesca ad assorbire la botta e non trascinarsela nel prossimo campionato. Guai se lo cominciassimo con l’idea di dover essere risarciti dalla sorte, perché ai primi due pareggi il clima attorno alla squadra diventerebbe irrespirabile. In questo dobbiamo mostrarci una piazza matura: si riparte da zero, nulla è scontato, ma è chiaro che a questo punto l’obiettivo deve essere la promozione diretta».

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