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giovedì 13 Giugno 2024
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La Xylella avanza verso Bari: «La soluzione? Utilizziamo una cimice assassina»

Sale ad 11 il numero delle piante che nella provincia di Bari sono risultate infettate dalla Xylella come riporta la Coldiretti Puglia. Secondo l’organizzazione di categoria, la diffusione dell’infezione rischia di avere un impatto economico nei prossimi anni fino a 5,2 miliardi di euro in tutta Italia.

Ma per gli esperti non è corretto parlare di “nuova avanzata” perché il batterio non si è mai davvero fermato, come spiega il professor Francesco Porcelli, entomologo e docente del dipartimento di Scienze del suolo dell’Università di Bari. «Quella della Xylella non è una nuova avanzata. Il fermo era apparente forse a causa della minore superficie presa in esame. Non bisogna dimenticare che si valutano i sintomi, invece c’è una quantità importante di piante che sono infette ma non percepibili: per le verifiche occorrerebbe “smontare” la pianta, farla a pezzetti e analizzarla, ma non è tecnicamente possibile. Solitamente le prime infezioni avvengono nella parte alta della chioma e i sintomi si vedono dopo due o anche tre anni. È difficile, per questo, avere una valutazione tempestiva della malattia». Le ricerche in questi anni sono andate avanti, prospettando delle soluzioni interessanti per riuscire ad arginare l’avanzata della Xyella sul territorio barese. «Possiamo ottenere molti risultati agendo su fattori spazio-temporali: la dispersione del vettore del patogeno (la cosiddetta “sputacchina”) e la lunghezza della sua vita. Più sarà breve e meno piante riuscirà a infettare – spiega ancora Porcelli – Inoltre, il controllo delle infezioni andrebbe fatto dove la Xylella non c’è o non si manifesta ancora, perché è li che creiamo un ambiente dove il batterio non avrà successo nel passare da pianta a pianta in mancanza di vettori».

Il concetto è quello del contenimento dell’infezione non sopprimendo il soggetto malato, ma limitando la continuità delle infezioni da una generazione di vettori all’atra, come con la malaria. «Per fare un esempio: se ci si trova in una stanza con 100 zanzare malarigene, ma si vivesse all’interno di una rete a proteggerci, uccidere i vettori o non ucciderli non cambierebbe nulla. Di contro con un milione di persone e una sola zanzara, questa potrebbe infettare un limitato numero di ospiti e poi morirebbe, quindi la zanzara che farà parte della generazione seguente quante probabilità avrà di acquisire l’infezione da una persona infetta? Pochissime».

L’opzione più interessante in questo senso, dopo il controllo chimico preventivo e protettivo, è l’ipotesi Zelus renardii o “cimice assassina delle cicaline”, che funzionerebbe come una sorta di insetticida vivente. La cimice “frequenta” le piante infestate perché sa che lì si nascondo le sue prede. «Negli uliveti bio – spiega Porcelli – è uno strumento di controllo biologico compatibile con il nostro ecosistema nel quale si è introdotto autonomamente. È un animale che andrebbe allevato in massa e liberato al momento giusto nel posto giusto. Inoltre non solo non ha mostrato profili di pericolosità per le api (come ha obiettato qualcuno) ma ha l’attitudine a predare da sazia».

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