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martedì 3 Ottobre 2023
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    «L’ultimo dei giganti»: Michele Laforgia ricorda il magistrato barese Luigi De Marco

    È scomparso lo scorso 8 marzo, alla soglia dei 100 anni, Luigi De Marco, figura di spicco nel mondo della magistratura pugliese e non solo.

    Bari ha perso «l’ultimo dei giganti». Così lo ricorda, in un post intitolato “Figli costituenti” e diffuso sui propri canali social, l’avvocato Michele Laforgia.

    De Marco, ricorda il legale barese, è stato «uno dei fondatori, nel 1964, di Magistratura democratica. Un presidente – prosegue – al quale tutti davano del tu senza che nessuno gli mancasse mai di rispetto, l’ultimo dei grandi vecchi che, nel tardo dopoguerra, avevano lottato per l’attuazione della Costituzione repubblicana. I figli dei Padri Costituenti che, come Piero Calamandrei, avevano denunciato pubblicamente come la nostra Costituzione fosse, negli anni 50, “ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di un lavoro da compiere”».

    Questo lavoro, scrive ancora Laforgia, «è stato, per tutta la vita, la bussola, ma anche l’ossessione e il tormento di Luigi De Marco. Non solo nelle grandi battaglie per la democratizzazione del Paese e della magistratura, e per le quali subì anche un processo per vilipendio dell’ordine giudiziario, ma anche nel mestiere quotidiano di giudice e, poi, nell’organizzazione del servizio giustizia. Un servizio non privo di potere, e a volte di un potere terribile, com’è il potere penale di giudicare e privare della libertà un altro uomo, secondo la celebre definizione di Condorcet ripresa da Luigi Ferrajoli, ma che trae la sua stessa legittimazione dall’essere esercitato per gli altri. Altrimenti, prende il nome di arbitrio, o abuso. Proprio per questo – prosegue l’avvocato barese – Luigi De Marco, com’è stato ricordato dai suoi allievi e amici di una vita, pretendeva sobrietà, chiarezza e concisione nella redazione dei provvedimenti giudiziari. Dovevano essere compresi da tutti, anche dai condannati. E per la stessa ragione, quando diventò Presidente del Tribunale di Bari, faceva quotidianamente il giro delle aule per verificare che i giudici fossero puntualmente al loro posto, non tollerandone i ritardi. Con maggiore rigore nei confronti di chi gli era più vicino. Questo era il suo senso del “correntismo”».

    «Non aveva un carattere facile – ricorda Michele Laforgia – Luigi De Marco. Non andava d’accordo con tutti e non era accomodante con nessuno, quando si trattava di far rispettare i diritti degli altri, soprattutto dei meno garantiti. E forse per questo l’altro giorno, nella sala del commiato del Cimitero di Bari, c’erano i suoi parenti e molti vecchi amici, magistrati in pensione e avvocati con i capelli bianchi, ma pochissimi giovani e magistrati in servizio. Molti di loro non sono consapevoli dell’enorme debito di riconoscenza che hanno nei suoi confronti; altri, semplicemente, hanno perso la memoria. Dei politici e delle istituzioni, neppure l’ombra. Eppure se siamo ancora qui, se qualcuno ha mantenuto la fede nella giustizia e crede ancora nelle garanzie e nei diritti, lo dobbiamo a persone come Luigi De Marco. A chi ha combattuto per tutta la vita contro i privilegi, rinunciando, innanzi tutto, ai propri. Eravamo seduti sulle loro spalle e coltivavamo l’illusione dell’altezza. Ma la strada per l’attuazione della Costituzione è ancora lunga e, oggi più che mai, irta di ostacoli. Il principio di uguaglianza ha nemici potenti: ci tocca, ancora, dare l’assalto al cielo».

    Con le parole di Aldo Moro, Laforgia conclude così il suo post in ricordo di Luigi De Marco: “Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e d’insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi a un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”.

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