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sabato 24 Febbraio 2024
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Terra e rifiuti speciali per i lavori al porto di Molfetta: un arresto e due sospensioni – VIDEO

Frode nelle forniture pubbliche, truffa, gestione illecita di rifiuti, responsabilità dell’ente per illecito amministrativo sono i reati contestati agli indagati nell’ambito di un’inchiesta della Guardia di finanza di Molfetta in relazione ai lavori per il completamento del porto commerciale della città a nord di Bari.

All’esito dell’operazione, condotta stamattina dai finanzieri molfettesi, un 45enne di Trani – rappresentante legale della società fornitrice di materiale lapideo per i lavori di “messa in sicurezza” del nuovo porto commerciale di Molfetta – è stato sottoposto agli arresti domiciliari, un 50enne di Castellana Grotte – direttore operativo dell’ufficio della direzione dei lavori – e un 54enne di Molfetta – dirigente del Comune responsabile del procedimento – sono destinatari di un provvedimento di sospensione dall’esercizio di pubblici uffici e servizi oltre che di divieto temporaneo di esercitare l’attività professionale. Gli indagati sono in tutto 9, tra loro ci sono anche il direttore dei lavori, il direttore del cantiere ed il capocantiere.

Le misure cautelari personali sono state richieste dalla Procura di Trani. Con la stessa ordinanza, inoltre, è stato disposto nei confronti di due società (fornitrice e subappaltatrice del materiale lapideo), e del rappresentante legale di una di esse, il sequestro di 250mila. Sigilli alle stesse aziende e alle relative quote societarie per un valore complessivo di 10 milioni di euro.

I provvedimenti arrivano a conclusione di un’indagine effettuata dalla Guardia di finanza di Molfetta, avviata nell’ottobre del 2021 con appostamenti, pedinamenti, intercettazioni telefoniche, l’installazione di telecamere e l’analisi di documentazione acquisita nel cantiere nel febbraio 2022.

L’inchiesta ha messo in luce «un collaudato sistema di frode» nell’ambito della realizzazione della “diga a gettata” che ha lo scopo di proteggere il bacino portuale con più strati di blocchi, naturali o artificiali. «I materiali richiesti dovevano essere chimicamente inalterabili e meccanicamente resistenti – spiegano gli inquirenti in una nota -, compatti e con un elevato peso specifico, come desumibile dal Capitolato speciale d’appalto, ed era prevista la fornitura e posa in opera di circa 106 tonnellate di materiale da cava, dei quali circa il 60% costituito da tout venant necessario per la costruzione del nucleo e il restante 40% da massi in scogliera».

Dalle indagini è emerso che anziché fornire il materiale previsto dal capitolato speciale d’appalto, «è stato utilizzato anche attraverso l’ausilio di documenti di trasporto falsi, materiale riveniente da scavi eseguiti su terreni privati, materiale vegetale nonché materiale di dubbia provenienza, incluso materiale qualificato nella ordinanza cautelare (anche sulla base degli esiti di specifica consulenza tecnica) come rifiuto speciale».

Il materiale illecitamente impiegato sarebbe pari a circa 40 mila tonnellate.

Numerose le prove raccolte dagli inquirenti. Dalle intercettazioni telefoniche, inoltre, sarebbe emerso che «in alcuni casi è stato mischiato materiale roccioso con “terra”, in altri, addirittura, è stata fornita solo “terra”. Il Gip, nell’ordinanza, sottolinea che «…sin dalle prime conversazioni intercettate, emerge che oltre al tout-venant (il materiale conforme al capitolato) viene trasportato qualcosa di diverso…» e osserva che «…le forniture in eccesso di materiale non conforme, ormai note a tutti gli indagati, provocavano lamentele…» a tal punto, che gli indagati in riferimento all’eccesso di materiale roccioso evidenziavano il colore rosso dello specchio d’acqua nei pressi della zona dove si svolgevano i lavori.

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