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domenica 25 Febbraio 2024
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Colonnello Carlo Calcagni, atleta paralimpico vincitore di tre medaglie d’oro: «Bisogna vivere e lottare ma mai arrendersi»

Disabilità è una parola che fa paura perché sinonimo di sofferenza. Ma c’è chi dall’essere diversamente abile ha tratto una forza senza pari. Si tratta del colonnello Carlo Calcagni, ufficiale del Ruolo d’Onore dell’Esercito. Salentino, abita a Cellino San Marco ma è originario di Guagnano. È un atleta paralimpico e recentemente vincitore di tre medaglie d’oro agli Invictus game “The Hague 2022” in Olanda. La sua storia è legata ad un brutto fatto di cronaca. È rimasto intossicato dall’uranio impoverito durante la missione di pace del 1996 in Bosnia, dove gli americani usavano bombe a uranio impoverito, e dove i militari italiani non erano stati informati sulle precauzioni. Un impegno talmente importante da guadagnarsi addirittura un encomio. Una volta tornato a casa, inizia per lui un vero e proprio calvario, tutt’altro che concluso.

Le sono state diagnosticate varie malattie. Tutto è iniziato con la presenza di metalli nelle biopsie di midollo e polmoni. Da lì la situazione è peggiorata, con gravissimi problemi di salute. Si è mai pentito di aver servito la patria?

«Mai. Sono e sarò un militare, servitore dello Stato, ma anche vittima del dovere. Il mio lavoro è passione, oltre ad una innata attitudine: paracadutista, pilota e istruttore di elicotteri. Sono stato impegnato in più missioni internazionali di pace. “Siam pronti alla morte” recita l’inno, ci ho sempre creduto. Nessuno pensi che si possa andare in quei teatri di guerra a prestare soccorso a corpi dilaniati dalle bombe, solo per un salario. Senza una fervida fede, non affronti quelle situazioni. Io c’ero, con l’elicottero cercavo di salvare vite».

Nel 2007 il ministero ha riconosciuto le sue patologie derivanti da questioni di servizio. Da qui una richiesta di risarcimento di un solo euro. Come mai?

«Una richiesta simbolica. Sono passati anni da quando l’ho fatta per la prima volta e 10 anni dopo mi hanno detto che la mia richiesta non poteva trovare accoglimento. Mi hanno risposto con un solo foglio. Ho richiesto di visionare la documentazione, ma è stato detto che gravava il segreto di stato. Nel 2019 ho fatto un ricorso al Tar. Dopo 12 anni, ho scoperto che il risarcimento era stato negato perché non avevo, secondo loro, svolto attività di volo nei Balcani. Mi sono sentito ucciso due volte. A questo punto, attraverso il mio avvocato, ho scritto nuovamente al Ministero e, dopo 2 anni, mi hanno dato ragione, ma la questione non è stata ancora chiusa, dopo 15 anni. Per questo ho chiesto un risarcimento di solo 1 euro ma soprattutto le scuse pubbliche non solo a me, anche a tutti quei ragazzi che sono rimasti vittime dell’uranio».

Grande conforto e successi nello sport. Già amante della bicicletta, ha vinto tre medaglie d’oro agli Invictus game, nelle discipline atletica, dove si è classificato primo nella prova dei 400 metri piani, e nel ciclismo dove ha stravinto sia nella prova contro il tempo, sia nella gara in linea. Podio già raggiunto nell’edizione del 2016 di Orlando. Un Iron man, ma cosa ha significato per lei lo sport?

«Voglio testimoniare al mondo intero il grande potere dello sport nel recupero psicofisico dell’individuo, sia come supporto per la riabilitazione motoria, sia come forte impulso motivazionale. Lo sport mi aiuta a lottare, anche quando le forze non le ho. È vita. Pedalo cercando si staccare dalla ruota la morte».

Nel 2021 scrive un libro, “Pedalando su un filo d’acciaio”. A chi si rivolge?

«Ho deciso di raccontare la mia storia rivolgendomi ai più deboli, indifesi e lasciati soli. Mi impegno attivamente nel sociale e voglio rendermi utile attraverso l’esempio, perché solo così possiamo essere credibili ed educare i nostri figli».

Ha ricevuto, al Teatro ‘Cilea’ di Reggio Calabria, il premio ‘Guerrieri’, dedicato a coloro che contribuiscono ad affermare la legalità, la cultura, l’educazione alla vita vera. Se l’aspettava?

«Mi ha commosso. Ho Dedicato il premio alla mia famiglia e i miei figli, ma anche ai colleghi che non ci sono più e a chi ha riportato danni permanenti e lotta. Un contaminato è un condannato a morte, sono stato contaminato da metalli pesanti, ma vorrei contaminare tutti della mia forza e coraggio».

Un simbolo per tutti coloro che soffrono, non manca mai di dare il suo supporto alle iniziative a favore dei gravemente malati. Ha un messaggio per le famiglie delle vittime dell’uranio impoverito e chi è malato?

«Molti mi chiedono dove io riesca a trovare la forza per sopportare. La malattia fa parte della mia vita e l’ho accettata grazie alla fede. Sono un cittadino italiano, un padre, uno sportivo, un uomo che si fa in quattro per gli altri. Mi rivolgo ai ragazzi e li esorto a non abbattersi. È necessario credere sempre in sé stessi. Andare avanti sempre. Ci sono ragazzi che non reagiscono. Per noi militari arrendersi è la peggiore situazione morale. Bisogna vivere, lottare, crederci e soffrire, ma mai arrendersi».

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